La situazione del nostro territorio

Le provincie di Viterbo, Terni e Rieti possono a ragione definirsi un esempio lampante del fallimento del regionalismo. Terni lamenta una sostanziale inadeguatezza e un totale disinteresse da parte della Regione Umbria nei confronti delle proprie esigenze e delle peculiarità che la rendono “anomala” rispetto al resto della Regione.

Viterbo e Rieti devono scontare l’enorme disparità di trattamento rispetto alla Capitale che tende a fagocitare ogni progetto regionale imponendo la forza delle proprie dimensioni.

Le condizioni di questo territorio sono aggravate dal fatto che Terni incastonata fra le 2 province laziali non può fare sistema e anzi finisce per costituire un ostacolo anche al dialogo fra Rieti e Viterbo.

Ogni tentativo di collaborazione, anche se animato da nobili propositi, si infrange sulla barriera rappresentata dai confini regionali che finiscono per diventare un orpello artificiosamente costruito all’interno della stessa nazione

Tante sono le sinergie che queste 3 province potrebbero intraprendere ma che rimangono solo sulla carta perché i rispettivi enti regionali non si parlano, studiano progetti e programmi, senza tenere conto che questi 3 territori sono un unico grande comprensorio con esigenze spesso comuni, con punti di forza ed elementi di competitività frequentemente complementari.

Alcuni esempi:

  • la sanità, frammentata in 3 presidi che non seguono un progetto comune e camminano ognuno per la sua strada: Terni potrebbe costituire con Rieti e Viterbo un grande polo sanitario multidisciplinare e multicomprensoriale, capace di attrarre utenti da territori lontani e realizzare un servizio perfino per la congestionata capitale.
  • L’offerta turistica che potrebbe essere posta sul mercato coordinando un progetto comune fra Terni, Rieti, Viterbo, lo Spoletino e la Valnerina, anche integrando il sistema dei trasporti e traendo spunto dalla fisiologica appartenenza al territorio dell’Italia di mezzo a nord della Capitale.
  • La logistica e la movimentazione di merci e persone che per forza di cose non può prescindere dall’asse Civitavecchia-Viterbo-Terni-Rieti quale cerniera di raccordo trasversale a nord della capitale. Un asse attualmente, forse non inconsapevolmente, spezzato in tronconi. La Terni-Rieti giace incompiuta da anni, La Viterbo Civitavecchia non è mai stata completata.

Accade così che Terni si ostini a inseguire un’astrusa gravitazione su Perugia pur sapendo che da quella parte nulla può arrivare di concreto, o che Rieti e Viterbo continuino ad accettare come ineluttabile, una subalternità alla Capitale nell’errata convinzione di dover dialogare ognun per sé con Roma.  Una metropoli che non ha però alcun interesse a rapporti biunivoci con le singole realtà provinciali ma ne avrebbe invece molto se potesse contare su un asse direzionale attrezzato, efficiente, organizzato posto a Nord e intercettabile con tempi di percorrenza inferiori a 50 minuti.

I territori che compongono l’Ente di Area Vasta CIVITER, prima ancora di inseguire isolate e quindi sterili rivendicazioni nei confronti di Perugia o Roma, devono  fare sistema, creare una propria visibilità nell’Italia centrale, proporsi con una visione strategica condivisa e con una funzione utile al Paese, studiare le sinergie, dotarsi di una logistica comune e al termine di questo percorso, che non dovrà richiedere tempi biblici, proporsi al Paese come l’HUB dell’Italia di mezzo, uno snodo economico, industriale, turistico, logistico, culturale e dei servizi a cose e persone .

Le potenzialità sono enormi, questo territorio di mezzo serve alla Capitale per razionalizzare i flussi di risorse umane e materiali che una città di 3 milioni di abitanti inevitabilmente muove, rischiando (ma il rischio ormai è una certezza) di soccombere per eccesso di congestionamento. Al contempo serve all’Italia centrale per assicurare una funzione di cerniera fra Roma e il territorio Toscana/Marche.

La fisiologica evoluzione di CIVITER sarà il collegamento fra i 2 mari. L’HUB logistico di questo ambizioso progetto: il territorio di Orte, posto al centro di direttrici ferroviarie e stradali di primaria importanza e autentico snodo su cui far convergere gli spostamenti di cose e persone candidandosi anche a costituire il terzo aeroporto della Capitale per le compagnie lowcost. Le altre attività: delocalizzate sul territorio in base alle peculiarità già esistenti, senza posizioni leaderistiche, ma con la convinzione che il policentrismo è il futuro di una società moderna.

Sintetizzando: si dovrà sostituire al vetusto oligarchico e sclerotizzato concetto di “Polis”, rappresentato dalle Regioni, quello dinamico, moderno e poliarchico di “Civitas” applicato agli Enti di Area Vasta.

Lungo questo percorso non si dovrà dimenticare che il regionalismo costituirà un ostacolo e non una risorsa. In parte per fisiologiche incompatibilità, in parte per un tentativo di resistenza al cambiamento che il potere politico consolidatosi in questi 40 anni metterà in atto.

Parallelamente a questa attività propositiva sintonizzata sul breve-medio termine si dovrà quindi traguardare sempre un orizzonte più ampio, che non può prescindere da una profonda revisione dell’organizzazione dello Stato in un nuovo rapporto fra il potere centrale e gli enti locali, che dovranno per forza di cose essere le Province e i Comuni, non certo le Regioni.